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"Nelle mani di una banda di predoni e ancora nella zona del sequestro" | "Nelle mani di una banda di predoni e ancora nella zona del sequestro" |
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| Written by News Editor | |
| Monday, 24 September 2007 | |
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QUANDO in Italia sono ormai le 9 di domenica sera (le 2 del mattino in Afghanistan), una qualificata fonte del ministero della Difesa che chiede l'anonimato la racconta così. "Le informazioni che il Sismi ci ha trasmesso non più tardi di mezz'ora fa, anche sulla scorta di quanto riferiscono le autorità e i Servizi afghani, ci dicono che i nostri due militari sono vivi e ancora a sud di Herat, nella stessa zona in cui sono stati catturati sabato sera".
Se riusciremo - prosegue la fonte - a far trascorrere la notte impedendo che vengano trasferiti altrove e soprattutto in altre mani, se insomma riusciremo a isolare il gruppo che li ha in mano, evitando che entri in contatto con altre formazioni combattenti, questa vicenda potrebbe anche risolversi bene e presto. Altrimenti, comincia un'altra storia a cui, in questo momento, è meglio non pensare o dare un nome". Che alla Farnesina, invece, fanno. Daniele Mastrogiacomo. Dice un funzionario della nostra diplomazia che ha vissuto nel marzo scorso la trattativa per il rilascio dell'inviato di "Repubblica": "Ammesso, come è ben possibile, che le agenzie afghane riferiscano inesattezze e che dunque, effettivamente, i due sottufficiali siano ancora nelle mani dei predoni che li hanno sequestrati e non siano già stati consegnati in quelle dei talebani, dobbiamo soltanto sperare di chiudere prima che sulla scena irrompano i mullah. Perché se questo diventa un sequestro politico, siamo di fronte a un nuovo caso Mastrogiacomo. Se possibile, molto, ma molto peggiore di quello. Primo: perché non potrà ripetersi quanto accaduto allora. Secondo: perché Daniele Mastrogiacomo era un civile e un giornalista, mentre qui parliamo di due militari catturati in abiti civili in una zona di operazioni, in terreno ostile. E questo complica maledettamente le cose". Il nostro diplomatico non lo dice. Ma le domande che frullano da ieri nei tre palazzi della crisi - Palazzo Chigi, ministero della Difesa, Farnesina - sono semplici. Si dovrà o potrà nuovamente trattare? E a che prezzo? E con quali esigui margini di movimento? Dando per scontato che, questa volta, gli alleati sul terreno (a cominciare dagli americani) non si gireranno più dall'altra parte e a Kabul, soprattutto, non potrà più esser chiesto ciò che venne chiesto per Mastrogiacomo. Dando soprattutto per scontato che la maggioranza di centrosinistra, questa volta, rischia di dissolversi in un attimo. Come del resto, ieri pomeriggio, suggeriva l'immediata dichiarazione dettata da Oliviero Diliberto (Comunisti italiani) alle agenzie di stampa e la prima fuoriosa polemica che ne è seguita. "Piena e sentita solidarietà alle famiglie dei sequestrati. Chiedo e mi impegnerò affinché non si lasci nulla di intentato per il loro ritrovamento o la loro liberazione. Ma anche quest'ultimo episodio conferma la assurdità della nostra presenza in Afghanistan. Lo diciamo da tempo: ritiriamo subito le truppe". Del resto, è così evidente la consapevolezza della posta in gioco in questa nuova crisi che, tra sabato notte e domenica, per almeno dodici ore, la Difesa ha freneticamente provato a chiudere l'incidente prima che se ne dovesse necessariamente dare notizia. Il Sismi ha tentato di riprendersi immediatamente i due sottufficiali utilizzando le indicazioni e i canali che si erano aperti con l'immediato rilascio di un autista e un interprete afghano che con loro viaggiavano. E per quel che riferiscono fonti della Difesa, "lo sforzo proseguirà per tutta la notte e di nuovo nella giornata di domani, sfruttando anche la piena collaborazione che stanno fornenendo le autorità militari e di intelligence afghane". Anche se non sembra lavoro facile, vista l'assoluta assenza di credibili rivendicazioni e il contesto in cui i due sottufficiali sono scomparsi. Fonti diverse, militari e di governo, sostengono che, sabato notte, i due viaggiassero insieme a interprete e autista afghani su un'auto civile in un convoglio composto da alcuni mezzi della polizia afghana. E che, improvvisamente, sia stato perso il contatto (verosimilmente, perché il convoglio della polizia afghana doveva sì scortare l'automobile con gli italiani, ma lasciandole comunque un'autonoma capacità di movimento e dunque con la consegna di ricongiungersi in luoghi prestabiliti a orari fissi). La partita della ricerca e trattativa per la vita dei due sottufficiali sembra comunque debba restare nelle mani esclusive della nostra intelligence militare non solo nelle prossime ore, ma anche nei giorni a venire, anche se la crisi dovesse prendere la piega peggiore e i tempi dunque allungarsi. La Procura della Repubblica di Roma, come di routine, ha aperto ieri un fascicolo che verrà delegato all'attività di polizia giudiziaria del Ros dei carabinieri, i quali, tuttavia, non hanno una loro presenza ad Herat e (stando almeno a ciò che sembra voglia la prassi nelle vicende che vedono coinvolto direttamente il Sismi in zona di operazioni militari) faranno affidamento esclusivamente sulle informazioni che la Difesa riterrà di voler condividere. |
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