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Il leader dei Comunisti italiani |
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Written by News Editor
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Monday, 24 September 2007 |
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Beirut
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di FABRIZIO DELL’OREFICE FA SEMPRE così. Urla, minaccia, ripete no, no, e ancora no. Poi in aula ha sempre votato sì. Senza se e senza ma. Oliviero Diliberto è fatto così. È uno che andrebbe al Billionaire di Briatore ma solo imbottito di tritolo, uno che non stringerebbe le mani grondanti di sangue di Bush e Berlusconi. Uno dalla battuta facile, offensiva, salace, sopra le righe.
Uno di quelli che «la smania di apparire prevale sui contenuti», per usare parole del presidente della Repubblica. Poi però vota disciplinatamente. Perché alla missione in Afghanistan il leader del Pdci ha detto due volte di sì in aula, il 4 agosto 2006 e il 29 marzo 2007. Prima, durante e dopo ha sempre detto che quella missione proprio non gli piaceva. Comincia il 7 novembre 2005, prima delle elezioni: «Io sono per il ritiro anche dall’Afghanistan» e chiede che la decisione entri a far parte del programma di governo. Dopo il voto, il 28 giugno 2006 torna a tuonare: «I Comunisti Italiani erano, sono e saranno sempre contrari ad una partecipazione italiana a missioni di guerra come quella dell’Afghanistan, in aperta violazione dell’articolo 11 della Costituzione». Il 15 luglio successivo comicia a cedere: «Io la giudico una missione agli ordini degli Usa di occupazione di un Paese sovrano. Nonostante questo, posso garantire che non faremo male al governo che è il nostro governo». Il 19 luglio prende la parola in aula al primo voto del nuovo Parlamento ed esprime la contrarietà del suo partito alla «sanguinosissima guerra in Afghanistan», ma argomenta il sì al provvedimento del governo sottolineando che il Pdci intende quello come «un voto di fiducia». E quando si rivota alla Camera ad agosto, dopo il passaggio al Senato, arriva il sì convinto. Passa un mese e Diliberto ricomincia. È il 9 settembre: «Chiedo il ritiro dall’Afghanistan da anni e a giugno l’ho chiesto a gran voce in Parlamento, perché la trovo una missione di occupazione militare». Due settimane dopo in un incidente soldati italiani ci rimettono la vita e il capo dei Comunisti italiani attacca: «Dico che se a giugno avessero dato retta a me, quegli uomini non si sarebbero trovati in Afghanistan e non sarebbero saltati su quella mina». A gennaio si torna in Parlamento per votare sulle missioni e Oliviero torna a fare la faccia feroce. Il 26 gennaio avverte: «Sull’Afghanistan ci vuole una chiara indicazione da parte del governo sui modi e sui tempi per il ritiro dei nostri militari». Ma pochi giorni dopo il governo cade proprio sulle missioni sebbene il suo partito abbia votato con il governo. E allora Diliberto rialza la voce: modificate il decreto per evitare i dissensi. Viene rapito il giornalista di Repubblica Mastrogiacomo. E Diliberto accusa: «L’Afganistan è un pantano assoluto, dove siamo andati quando c’era un altro governo». «Ogni giorno di più - continua - si dimostra che il pantano dell’Afganistan è irrisolvibile». Sei giorni dopo spara (a parole): «Si susseguono voci di un presunto coinvolgimento di truppe italiane in operazioni militari in Afghanistan. Chiediamo che il governo faccia sentire in modo chiaro la sua voce al fine di conoscere la verità, tanto più alla vigila del dibattito sulla missione in Afghanistan». Il 17 marzo i pacisfisti lo sfottono: «Votate la guerra... parlate di pace... Giordano e Diliberto siete peggio dell’antrace...». Si calmano poi le acque, e il 27 annuncia che voterà sì ma solo «per senso di lealtà». Il primo maggio vengono feriti dei militari italiani e Diliberto si risveglia: «Ai militari feriti e alle loro famiglie va tutta la mia solidarietà. Purtroppo permane un serio pericolo cui i nostri soldati vengono esposti inutilmente. Non ci possiamo nascondere che la missione in Afghanistan è sempre più sbagliata». Poi il silenzio, fino a ieri pomeriggio. |