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Ferrara: Iraq, scommetto sulla democrazia PDF Print E-mail



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Written by News Editor   
Friday, 14 September 2007
Alla fine l’Iraq sarà tenuto insieme da un suo esercito e da una sua nuova classe dirigente, con il tempo la sicurezza si normalizzerà, l’economia si rimetterà in moto e le infrastrutture seguiranno, l’intelaiatura politica e costituzionale modernizzatrice, democratico-parlamentare, che ha sostituito la caserma infernale del regime di Saddam Hussein è destinata a mettere radici nel cuore dell’islam mediorientale. È la diagnosi davanti al Congresso americano di David Petraeus, generale e comandante delle forze coalizzate a Baghdad, e dell’ambasciatore Ryan Crocker, diplomatico che nel 2003 era contrario alla guerra e ora dirige nella capitale irachena la più significativa e possente ambasciata degli Stati Uniti nel mondo. Per chi legge i giornali o guarda i telegiornali con distrazione benevola, per chi ha un pregiudizio politico o ideologico ostile all’amministrazione Bush e alle sue scelte strategiche dopo l’11 settembre, queste formule sono immagini fumose, propagandistiche e pericolose, sono un sogno a occhi aperti. Nel caso peggiore, sono pure e semplici bugie ordinate dalla Casa Bianca a funzionari che tradiscono il loro ruolo imparziale (è la tesi del gruppo animato dal miliardario ultraliberal George Soros, MoveOn, che insulta Petraeus sul New York Times con il nomignolo BetrayUs, quello che ci inganna). Nonostante alcuni segni documentati di stabilizzazione militare e politica, e di smottamento del fronte nemico sul versante di Al Qaeda, la vulgata occidentale dice testarda e ripete a tutti e a se stessa che quella guerra è stata un fallimento, un disastro, e che prima se ne esce con un ritiro rapido, meglio è. Osama Bin Laden propaganda la stessa opinione, facendo moine vezzose al superpacifista americano Noam Chomsky e agli altri che la pensano come lui. Non starò a dire l’ovvio, cioè che la penso esattamente come Petraeus e Crocker, che scommetto sulla vittoria a Baghdad e sul principio rivoluzionario democratico contro il jihadismo dalle armi e dal valore dell’Occidente. Preferisco chiedermi se, a parte la situazione sul campo iracheno, sarà vinta la battaglia politica di Washington e delle altre capitali occidentali, che è altrettanto importante. E credo proprio di sì. Nessuno avrà la forza di riconsegnare l’Iraq ai nemici dell’Occidente, di annullare questi quattro anni che ci separano dalla caduta di Saddam, di fare marcia indietro. Nessuno, nessun leader democratico, nessun nuovo presidente americano, e nemmeno i capi delle diplomazie europee lavoreranno in questa direzione, nemmeno i francesi di Nicolas Sarkozy e del ministro degli Esteri Bernard Kouchner. Massimo D’Alema una volta si fece sfuggire una verità, ragionando in modo paradossale: disse che gli occidentali a Baghdad sono l’equivalente degli islamici jihadisti a Parigi, con la differenza (da annotare scrupolosamente) che noi esportiamo costituzione e diritti umani, loro esporterebbero con le armi la sharia, la legge coranica. L’Iraq è un fatto compiuto, una dimensione esistenziale decisiva per il nostro mondo, una specie di Lepanto al contrario, non una operazione di polizia geopolitica, non una sequela di errori seguita a una campagna fulminante e di totale successo. L’ambasciatore Crocker lo ha spiegato bene: non è un cambio di regime, è una rivoluzione. L’idea dapprima maturata nei circoli neoconservatori, che si dovesse rispondere alla minaccia globale della guerra santa radical-islamica mettendosi all’offensiva ed esportando la rivoluzione nel campo da cui era partito il risveglio radicale dell’islam politico, idea poi abbracciata dall’amministrazione Bush dopo l’11 settembre, è un acquisto strategico consolidato che nessuno sarà in grado di cancellare in futuro.
 

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