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Fassino e D'Alema: «Infondate le accuse di Forleo» |
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Written by News Editor
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Tuesday, 11 September 2007 |
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Beirut
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Dodici pagine da Piero Fassino, 26 da Massimo D'Alema. Una conclusione comune, peraltro già annunciata a luglio: sulla vicenda delle intercettazioni Unipol ci rimettiamo alle decisioni del Parlamento, qualunque esse siano. Ma anche una difesa comune, sia pure nella diversità dell'impianto e del linguaggio: non abbiamo commesso alcun illecito, scrivono il leader dei Ds e il vicepremier, e il gip Clementina Forleo è andata molto al di là dei suoi poteri. La sua ordinanza è «errata giuridicamente», «si configura come un'improponibile richiesta di autorizzazione a procedere», mostra «animosità e acrimonia».
Insomma il giudice non solo non poteva lanciare quelle accuse, ma descrive un quadro di complicità che nessuno ha mai visto, a cominciare dalla Procura di Milano. In pratica con le memorie difensive consegnate ieri alla giunta per le autorizzazioni della Camera il leader dei Ds e il vicepremier rilanciano la palla ai deputati. Siete voi che dovete stabilire la via d'uscita più ragionevole in una vicenda in cui sono in ballo diversi interessi: l'autonomia del parlamento, l'esigenza di verità e di trasparenza, il rapporto tra i poteri dello Stato. L'importante, sembrano dire Fassino e D'Alema, è che la vicenda non finisca nelle maglie del pregiudizio politico e dell'interesse di parte. Cosa avverrà è difficile dirlo al momento. Il clima è quello che è: il gip Clementina Forleo è già un mito del giustizialismo e in molti si chiedono se sarà possibile per il parlamento motivare un diniego alle sue richieste senza finire nelle maglie di un dibattito stritolante. Il problema è che leggendo le due memorie si capisce meglio quanto è sproporzionato il caso, rispetto alla realtà. In un processo, dicevano ieri diversi deputati ds, la verità verrebbe fuori facilmente, e sarebbe per questo conveniente dire sì in ogni caso alle richieste del giudice. Ma chi garantisce che anche così Fassino e D'Alema non sarebbero vittima di una nuova torturante gogna mediatica, scandita dai tempi eterni della giustizia? Domande per ora senza risposta.
La memoria difensiva del vicepremier è frutto della collaborazione del senatore ds Guido Calvi, penalista di grido, e di Guido Rossi, Fassino si è valso dell'aiuto di un altro famoso penalista, Carlo Federico Grosso, ex membro del Csm. Con toni diversi entrambi sono molto duri col il gip. La tesi di D'Alema è che la Forleo ha «invaso il campo» della Procura. Era al pm che spettava valutare le possibili imputazioni, e la Procura, perfettamente a conoscenza delle intercettazioni, non ha mai indagato D'Alema. Insomma, a parere del vicepremier, non solo il gip ha di fatto formulato una richiesta di autorizzazione a procedere che non poteva avanzare, ma lo ha fatto con motivazioni «stupefacenti e illegittime...sospinte da una pregiudizievole animosità estranea alla cultura e alla funzione proprio di un giudice che invece si esprime con tanta acrimonia quando ancora i soggetti indicati non sono stati neppure iscritti nel registro degli indagati». Sul punto, scrive il vicepremier, vedremo «se altri organi istituzionali potranno valutare tale condotta». Come dire: dovrebbe occuparsene il Csm.
La memoria difensiva predisposta dall'avvocato Calvi sostiene infatti che vengono formulati delle ipotesi di reato che non hanno alcun senso proprio sulla base delle intercettazioni ormai da tempo di dominio pubblico. D'Alema, è scritto nel testo, non poteva perpetrare alcun reato di aggiotaggio perché Consorte aveva già ottenuto con i suoi canali tutto ciò di cui aveva bisogno per la scalata, inoltre non poteva turbare e non ha turbato in alcun modo i mercati finanziari, e si è informato di cose che stavano su tutti i giornali. E quanto all'ipotesi di intervento di D'Alema per convincere Caltagirone a non mettere ostacoli ai pattisti di Consorte, la telefonata non c'è mai stata e quando fu prospettata (dal presidente di Unipol) era già inutile. Dov'è dunque il piano criminoso? «L'aggiotaggio e l'insider trading - scrive Calvi - nell'ordinanza del giudice Forleo paiono richiamati a caso nell'incomprensibile ignoranza degli istituti giuridici di riferimento».
La memoria di Fassino è meno tecnica e diversa nel linguaggio. Contesta, come quella di D'Alema, la condotta del gip, «che si è arrogata un compito d'accusa che non le appartiene». Ma soprattutto il leader dei Ds spiega perché «non poteva non interessarsi dell'operazione Bnl-Unipol». Non c'era alcun interesse personale, economico o finanziario, e peraltro l'operazione in sé era del tutto plausibile e legittima. Semmai, scrive Fassino, consideriamo quanto era osteggiata dall'imprenditoria italiana. Quanto al ruolo di Fazio, Fassino ricorda con puntiglio che furono i Ds a chiedere il mandato a termine per il Governatore e che la Quercia «non esitò a chiedere le sue dimissioni quando apparve che era venuto meno al suo dovere d'imparzialità». Peraltro, spiega Fassino, che io non fossi complice di alcunché lo si desume dal fatto che ero all'oscuro di tutti i contatti di Consorte, che gli chiedevo di notizie già apparse sui giornali e che «non mi sono mai rivolto a nessun altro dei molti protagonisti delle vicende che stavano maturando in quel momento».
Insomma, conclude il segretario dei Ds, «ritengo di poter affermar senza tema di smentite che nel mio comportamento relativo alla vicenda Unipol-Bnl non sia individuabile nessuna scorrettezza nè, tanto meno, alcun illecito». Oltretutto, aggiunge, per dimostrare il piano criminoso il gip elenca diverse telefonate, «ma non menziona nessuna di quella intercorse tra me e Consorte». Come dire: di cosa parla il giudice? Conclusione di Fassino: «Ribadisco di essere unicamente interessato a una valutazione compiuta, serena, di merito, dei fatti».Ecco, il punto è questo: se il parlamento dovesse giudicare dai fatti, avrebbe ottimi motivi per respingere la richiesta del gip. Ma avrà la forza o la voglia di farlo? |