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Zawahiri minaccia e George W. ribatte “Restiamo in Iraq” |
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Written by News Editor
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Wednesday, 11 July 2007 |

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Al Qaeda minaccia la regina d’Inghilterra. In una registrazione audio lunga venti minuti e diffusa su Internet il medico egiziano Ayman al-Zawahiri, numero due di Osama Bin Laden, preannuncia una «vendetta contro la Gran Bretagna per aver assegnato il titolo di cavaliere a Salman Rushdie». È stata proprio la regina Elisabetta II, lo scorso 16 giugno, a dichiarare «Sir» lo scrittore anglo-indiano autore nel 1989 del libro «I versetti satanici» colpito da una fatwa dell’allora ayatollah iraniano Ruhollah Khomeini.
Nel messaggio audio intitolato «La maligna Gran Bretagna e i suoi servi indiani» l’ideologo della Jihad promette una «risposta precisa» contro il gesto della sovrana e del governo di Londra, preannunciando a chiare lettere al nuovo premier Gordon Brown attacchi terroristici: «Dico al successore di Tony Blair che la politica del predecessore ha portato la catastrofe in Afghanistan, in Iraq e perfino nel centro di Londra, e se tu non hai imparato la lezione noi siamo pronti a ripeterla, con il volere di Allah, fino a quando non la avrai compresa a fondo». Il Foreign Office si è affrettato a ribadire che «la decisione di onorare Salman Rushdie non ha voluto essere un insulto all’Islam» ribadendo che «continueremo ad occuparsi delle minacce del terrorismo internazionale».
Si tratta dell’ottavo messaggio diffuso da Al-Zawahiri quest’anno - l’ultimo risale al 4 luglio - a conferma della volontà di Al Qaeda di incitare i propri militanti a intensificare gli attacchi. Pur non contenendo alcun riferimento esplicito ai recenti falliti attentati a Londra e Glasgow, le parole di Al-Zawahiri sono state interpretate da analisti di intelligence occidentali come un messaggio diretto alle cellule di estremisti islamici che operano in Europa, affinché mettano in atto i piani preparati. Una conferma dell’elevato stato di allarme lo si è avuto ieri a Oakland, in California, dove quando un uomo non identificato è corso senza autorizzazione su una rampa i servizi anti-terrorismo hanno ordinato l’immediata chiusura di due terminal, lasciando a terra per ore migliaia di passeggeri.
Proprio di Al Qaeda ha parlato ieri il presidente americano, George W. Bush, intervenendo a Cleveland, in Ohio, per fare il punto sulle operazioni militari in corsi in Iraq. «C’è Al Qaeda dietro i più spettacolari attentati in Iraq perché punta a scatenare la guerra civile al fine di ostacolare la democrazia per la quale 12 milioni di cittadini si sono recati alle urne» ha detto il presidente americano, facendo presente che «ritirando le truppe manderemmo un messaggio di debolezza ad Al Qaeda e all’Iran» con il risultato di «essere presto obbligati a confrontare i terroristi nelle nostre città». Le indiscrezioni circolate a Washington alla vigilia del discorso parlavano di un possibile annuncio da parte di Bush di una riduzione delle truppe, ma sono state smentite. La Casa Bianca ha confermato l’attuale strategia che verte attorno ai rinforzi di truppe: «Il 15 luglio vi sarà il primo rapporto chiesto dal Congresso sull’invio dei nuovi contingenti e il 15 settembre seguirà il secondo rapporto» ha detto Bush, sottolineando la necessità di «sapere dal comandante David Petraeus» come stanno andando le operazioni militari e dal governo iracheno «se ha rispettato gli standard fissati dal Congresso per misurare il miglioramento delle condizioni di sicurezza».
Il mancato passo indietro del presidente ha colto di sorpresa i leader democratici del Congresso, convinti che la Casa Bianca si stava apprestando ad annunciare una riduzione delle truppe. Secondo il «Washington Post» è comunque questa la direzione di marcia scelta dalla Casa Bianca, che punterebbe a raggiungere entro il 20 gennaio 2009 - quando Bush lascerà l’incarico - un accordo con Baghdad per il mantenimento nel lungo termine di un contingente di 60-100 mila uomini incaricato di difendere i confini e di dare la caccia ad Al Qaeda. A premere su Bush per un’inversione di marcia sono anche i leader repubblicani, intimoriti dal fatto che il suo calo di popolarità - scesa al 29 per cento - e l’insoddisfazione degli americani per la guerra in Iraq - arrivata al 70 per cento - porti ad una sconfitta alle elezioni del novembre 2008. |